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Assaggi di Mondo: Sapori e tradizioni in Irlanda

Provare la cucina di una nazione vuol dire entrare in contatto con le sue tradizioni, conoscerne il patrimonio, capirne l’anima. In questa puntata del nostro viaggio tra i sapori del mondo attraversiamo l’Irlanda alla scoperta di una tradizione culinaria inaspettata.

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Se non fosse stata per quella nuvola che ci ha impedito l’affaccio sul famosissimo Cliffs of Moher, avremmo potuto facilmente smentire il detto che in Irlanda piove e basta. Una cosa però noi di Boscolo possiamo garantirvi, ovvero che il fatto che qui si mangi male è pura leggenda: con questo tour vogliamo raccontarvi la verità sul Paese di Smeraldo, accompagnandovi attraverso un vero e proprio tripudio di colori e sapori.

Blu come il mare, verde come i pascoli sterminati, nero come la birra scura, bianco come i greggi di nuvole e pecore, senza soluzione di continuità tra cielo e terra, rosso come i sorrisi e il calore dei suoi abitanti: difficile decidere da dove iniziare per portare a casa una fetta di questo paese così sottovalutato e intenso.

Noi siamo partiti da ovest, ricercando un’eccellenza in ogni tappa, cercando di rispettare quello che in Irlanda è il vero legame tra l’individuo e la sua terra, ovvero il rispetto del territorio, delle sue tradizioni e dei suoi frutti.

Da Dublino al Connemara, la baia di Galway e le sue perle


A malincuore lasciamo Dublino alle nostre spalle, subito dopo avere noleggiato il van che sarà nostro fedele compagno di viaggio: per raccontarvi la vivacità della capitale d’Irlanda con la sua musica e i suoi pub famosi in tutto il mondo dovremo farvi ritorno, non dubitatene. Le distanze in Irlanda sono brevi, e il paesaggio attorno scorre così veloce e imprevedibile, sempre diverso ad ogni passaggio di nuvola o affaccio sul mare, che è davvero un piacere farsi trasportare ad ovest, una traversata di poco più di due ore e mezza che ci porta in una delle regioni più suggestive e iconografiche dell’isola: il Connemara.

Ci lasciamo alle spalle il suo monumento più famoso, la Kylemore Abbey, per affacciarci pochi minuti di strada più a ovest, nell’incantevole baia di Letterfrack famosa per produrre, ogni anno, la stragrande maggioranza delle ostriche consumate in Europa. Un dato sconvolgente se comparato con la pace e il silenzio della baia e la quasi totale assenza di meccanizzazione del processo: si tratta piuttosto di un rapporto a due, di esclusività tra chi decide di vivere e lavorare qui e la natura.

E il mare ripaga chi lo ama con una delle più sconvolgenti esperienze di gusto mai provate: ci racconta Sean, un ragazzo francese, venuto qui per uno studio comparativo con i prodotti bretoni e poi rimasto, che per gustarsi il vero sapore di un’ostrica non bisogna mai provarne meno di tre, la prima è uno shock, la seconda è quasi un riscaldamento a ciò che seguirà e la terza è per apprezzare appieno ciò che la natura ci offre senza bisogno di niente altro: qui sono assolutamente banditi scalogno e limone di accompagnamento.

Passando per Clifden, capitale del Connemara, attraverso la sua magnifica Sky Road, ci fermiamo lungo la strada per Galway in alcuni tra i più conosciuti ristoranti di pesce della zona, e nessuna di queste tappe riuscirà a smentire quello che è il vero sapore della cucina di questa parte di Irlanda: un’umanità e una semplicità disarmanti.

Da Galway a Dingle


Noi che amiamo il viaggio siamo convinti che ci sia una legge non scritta che fa sì che ogni mancata possibilità si trasformi in un’occasione e in una promessa di ritorno: un viaggio non si chiude mai, prepara semplicemente la strada a quello dopo. Ed è così che ci siamo consolati, quando abbiamo capito che l’unica nuvola incontrata in questi giorni, al netto della leggenda che vuole l’Irlanda sempre in tempesta, non ci avrebbe permesso l’affaccio sulle celebri Cliffs Of Moher per osservare l’oceano 150 metri più sotto.

Ne abbiamo approfittato per una visita fuori programma al pluripremiato Anchor Vaughn Inn, dall’aspetto informale di un pub tradizionale, ma in realtà raffinato ristorante di pesce. Per i suoi saporiti e ancora non troppo (ingiustamente) rinomati piatti a base di pesce, l’Irlanda può contare su quasi 5.600 km di coste frastagliate; per noi la miglior rappresentazione culinaria di questa storia fatta di pesca, di duro lavoro, di amore per la tradizione è la chowder, una cremosa zuppa di pesce, mix sapiente di semplicità e gusto dato da diversi tagli e varietà di pesce a seconda delle regioni e della stagione, accompagnata immancabilmente da una fetta di pane nero e birra scura. Indubbiamente, se possiamo sbilanciarci, la nostra scoperta preferita e il nostro consiglio più spassionato: provatela, vale il viaggio!

È purtroppo tempo di spostarci più a sud, il tempo vola ed è tornato il sole, quanto è vero il detto che l’Irlanda conta 4 stagioni al giorno, perché a Dingle ci aspetta la storia di un’altra eccellenza irlandese, che poco ha a che vedere con il mare ma molto con la tradizione e l’immaginario collettivo relativo all’isola: il suo whiskey. Due ore di macchina più tardi, Kevin ci sta già parlando di quali sono i passi della fermentazione che portano alla nascita di questo nettare ambrato il cui retrogusto di torba, terra e vaniglia racconta una storia di amore e tradizione. È per questo che abbiamo scelto la Dingle Distillery, perché è lontana da qualsiasi processo industriale e perché produce distillati soltanto per la loro piccola etichetta indipendente, a garanzia di tradizione e qualità.

Al centro della via principale di Dingle, Martin, proprietario e chef del suo piccolo ristorante Global Village, ci ribadisce lo stesso concetto: non è la quantità, ma la qualità a fare la differenza e a rendere una cucina memorabile ed unica, il suo mantra è “semplice e naturale” e ce lo ripete sempre mentre ci offre piatti eleganti e raffinati, una fusione perfetta e indimenticabile di sapore e stile. Quando gli chiediamo quale sia la cucina che preferisce, lui che prima di fare ritorno alle origini ha viaggiato 50 paesi, ride e risponde “qualsiasi, purché sia buona!”: Martin crede così tanto all’importanza del territorio e della qualità da variare il menù ogni giorno in base all’offerta dei prodotti, molti dei quali crescono nel suo giardino.

Per riuscire a diffondere la sua passione da qualche anno organizza il Dingle Food Festival, che il primo weekend di ottobre porta in questa minuscola cittadina costiera, altrimenti conosciuta soltanto per le gite in barca per avvistare delfini e gli amanti di Star Wars a caccia di location, 40mila persone alla scoperta dell’incredibile offerta di questo lembo di terra sospeso tra mare e terra.

Il Sud, Kinsale ed English Market


Mare, per l’apoteosi di gusto racchiusa nella sua celebre chowder e nell’eccellenza dei frutti di mare. Terra, per il retrogusto di torba dei suoi famosi distillati esportati in tutto il mondo. Eppure l’Irlanda, famosa anche e soprattutto per il suo colore verde brillante e conosciuta altresì come “Terra di Smeraldo” non può e non deve prescindere dai suoi pascoli sterminati, estesi a vista d’occhio e oltre, in cui convivono tranquilli bestiame e greggi.

Prima di ripartire da Dingle, facciamo tappa in un piccolo e profumatissimo gioiello, il Little Cheese Shop, nei cui pochi metri quadri è esposta la quantità di formaggi più sorprendente che abbiamo mai visto in vita. Come dappertutto in Irlanda, i sapori sono un mix di suggestioni e di ingredienti da un territorio non sempre benevolo, e il risultato lascia esterrefatti: non mancate di provare il magnifico formaggio al seaweed, ovvero alle alghe provenienti dal mare qualche passo più sotto.

Il forte legame degli irlandesi alla loro terra è stato motivo di sfida per un altro Martin, proprietario del rinomato Fishy Fishy di Kinsale, dove arriviamo un paio di ore dopo. Ci racconta che nonostante il mare sia il protagonista della geografia e della storia dell’isola, non è stato facile convincere gli irlandesi ad abbandonare la cucina a base di carne a favore di una basata sulla pesca, più raffinata e varia. Molto banalmente, dice, a parte un fattore di cultura (perché le abitudini diventano tali sono con il tempo e l’educazione), è sempre stato il clima a dirigere le scelte alimentari della nazione: l’inverno è lungo, fa freddo, e la carne sazia e scalda più del pesce. Ci è difficile non pensare che Martin in qualche modo sia riuscito nel suo intento, a giudicare dalla quantità di ristoranti di pesce affacciati sulla baia di questa minuscola e graziosa cittadina, a partire dal suo che ogni giorno di alta stagione serve 500 coperti.

Per lui la materia prima e la sua provenienza sono così importanti che nel menù i piatti portano i nome di battesimo dei pescatori: Patrick, pescatore di aragoste da 72 anni, ci accompagna all’alba in un giro della deliziosa baia svelandoci molti dei suoi segreti, e dei suoi racconti della pesca, della storia del villaggio, avamposto della resistenza agli inglesi, e della vita. Al ritorno, mentre Martin ci cucina per colazione il bottino nella cucina immacolata del suo ristorante, siamo definitivamente convinti che la vita di mare faccia bene allo spirito e sia sinonimo di benessere e longevità.

Sulla strada verso l’aeroporto di Dublino, restano solo due tappe fondamentali: una è quella all’interno dell’English Market, vivace mercato alimentare al centro di Cork dove da anni le famiglie perpetuano e si tramandano la tradizione del kilometro zero, l’altra è alla scenografica Rock Of Cashel, meraviglia architettonica a un’ora dalla capitale. Queste due ultime soste ci confermano, casomai ne avessimo avuto bisogno, che la meraviglia paesaggistica d’Irlanda, la sua apertura fiera e indomita al mare, al cielo e ai pascoli è legata in maniera indissolubile ai sapori di una terra da scoprire poco a poco, da veri intenditori del gusto della vita.

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